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Matt Cutts: usare Article Directories come Links? meglio di no!

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In un recente video Matt Cutts, a capo della sezione anti-spam di Google, ha affrontato la questione degli Article Directory. In questo filmato d’aiuto per i webmasters, Matt Cutts risponde alla domanda di un utente che è interessato a sapere se i link presenti negli article directory vengono considerati positivamente o negativamente da Google. In primo luogo Matt Cutts spiega cosa sono gli article directory. Egli li definisce come contenuti di 300 o 500 parole al massimo che, in basso, consentono di inserire fino a tre link. Praticamente lo scopo è quello di far condividere e pubblicare da altri questi article directory in modo da diffondere i link che sono stati inseriti e ottenere traffico sul proprio sito. Inoltre, utilizzando questa tecnica aumentano i collegamenti incrociati e di conseguenza dovrebbe migliorare la posizione sul motore di ricerca. In realtà, specifica Matt Cutts, la maggior parte delle volte gli article directory non ottengono i riisultati sperati perché sono di qualità molto bassa. In altre parole, spesso si tratta di contenuto spam che viene diffuso ovunque per la rete. Il consiglio di Matt Cutts a tutti i webmaster è quello di non fare particolare affidamento sugli article directory e di non utilizzarli per creare link in entrata. Scegliendo questa strategia, infatti, si rischia di ottenere l’effetto contrario a quello sperato: invece di un’ottimizzazione si può incorrere in una penalizzazione.

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Google: nuove regole sui link dei Widget

Tutti i gestori di siti web sicuramente si saranno domandati con quale criterio inserire link all’interno dei widget posizionati nelle loro pagine, o nelle pagine di possibili partner. Da sempre queste aree sono state terreno fertile per spam, schemi di link e pubblicità ingiustificata. A tale proposito Google ha ritenuto necessario prendere nuovi provvedimenti, al fine di attuare una repressione più efficace nei confronti di chi non si attiene alle linee guida dettate dallo stesso motore di ricerca. Perfino diversi network sono stati penalizzati per l’uso, contro le regole, dei loro stessi widget.

Non molto tempo fa Matt Cutts consigliava di inserire il nofollow ai link dei widget. Tuttavia, ad oggi, Google dichiara che non tutti i link inseriti nei widget violano le condizioni di servizio, ma soltanto alcuni. Le tipologie di link ben specificate nelle linee guida non dovranno mai apparire all’interno di una pagina web, essendo infatti destinati a secondi fini. In particolare il nodo della problematica viene identificato nei “link ricchi di keyword, nascosti o di bassa qualità incorporati nei widget che sono poi distribuiti su vari siti”. In poche parole la grande G ci sta avvertendo: violando i termini di servizio aggiornati si rischia molto grosso.

Diventa a questo punto implicita una ulteriore considerazione: Google scoraggia non solo l’uso improprio dei link all’interno dei widget, ma anche il loro inserimento in altre zone di un sito, come il footer. Una dura risposta nei confronti dello spam ingiustificato, grazie ad una regolamentazione sicuramente più specifica. Tutto questo ridurrà notevolmente il campo d’azione di chi, con astuti stratagemmi, era riuscito fino ad oggi ad aggirare i termini di servizio. Si tratta, ovviamente, di una forte presa di posizione nei confronti della pubblicità sul web. È dunque consigliabile prestare grande attenzione durante la gestione e l’inserimento dei link nella propria pagina web.

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In Evidenza

Where’s the Search?

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“Where’s the beef?”, ovvero “dov’è la carne?”. Così recitavano tre vecchine in una pubblicità della nota catena di fast food americana Wendy‘s negli anni 80: divenne un vero e proprio tormentone, che oggi, data l’abbondanza di hamburger piuttosto sostanziosi sul mercato, non ha più senso.
In compenso, se questa domanda viene sostituita con “where’s the search”, ovvero “dov’è la ricerca”, la domanda si fa interessante. Ma prima di porsela, occorre ripercorrere la storia dei motori di ricerca, e capire perché la ricerca è oggi stata soppiantata da domande e risposte.

In origine, internet era poco più di un compendio di FTP, ovvero File Transfer Protocol: gli utenti li utilizzavano per cercare singoli file nel labirinto di contenuti puri che costituiva il web. Nei primi anni ’90, i motori di ricerca nacquero per aiutare gli utenti a trovare i file nel web, organizzando tutto in un data base con Archie, e attivando l’opzione “search” con Gopher. Mosaic nel ’93 fu il primo motore di ricerca con un’interfaccia grafica, mentre Wandex e WebCrawler iniziarono ad indicizzare titoli e testi.
Altri motori celebri, come Yahoo o Msn, iniziarono ad entrare sul mercato: fu un periodo pieno di scoperte tecnologiche rivoluzionarie. Poi nacque Ask Jeeves, il primo motore di ricerca a considerare vere e proprie queries formulate con un linguaggio naturale.

Nel 1999, google rivoluzionò il tutto in termini di dimensioni: ma mentre google dava sempre più risultati, i risultati iniziarono a farsi meno rilevanti. Talvolta i risultati richiesti si trovavano alla fine di una lunga lista di pagine.

Nel 2014, i risultati dei motori dei ricerca sono cambiati drasticamente, perché è ormai necessaria l’ottimizzazione. Se il tuo contenuto non è a pagina 1, allora non è rilevante. Nella prima pagina di risultati si concentrano oggi numerose informazioni molto rilevanti: pannelli laterali, tabelle di contenuto e approfondimento, ricerche collegate, etc. La ricerca su sistemi mobili ha obbligato chi produce contenuto ad ottimizzarlo per piccoli schermi o dispositivi lenti. Questa è la sfida dell’ottimizzazione nel 2014: produrre contenuto di alta qualità che può essere accessibile da ogni dispositivo. Dov’è la ricerca? Ovunque, dovunque e su ogni dispositivo immaginabile. A noi sta il renderla un’esperienza accessibile.

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Visibilità: un problema di blu o grigio

Chi non è totalmente a digiuno di web marketing sa perfettamente che un sito non avrà mai un cambiamento scioccante semplicemente modificando il colore di un pulsante. Cambiamenti che incrementano notevolmente le vendite possono avvenire esclusivamente su siti che in precedenza avevano gestito male la parte economica della propria attività. Google ogni giorno conduce miliardi di ricerche per controllare i modi da adottare per aumentare la resa. Un punto di contrasto nel web riguarda sicuramente la percezione che deve essere separata di annunci e contenuti. Google non solo può controllare il flusso del traffico spostando i risultati ma anche utilizzando colori differenti per i link. Infatti, se si tratta di link pubblicitari il colore del collegamento è blu, invece per il contenuto divulgativo viene scelto il colore grigio. In sintesi, se Google viene pagato per il link lo presenterà all’internauta in blu, più visibile, se invece prende il contenuto da terze parti, o ne mostra solo una porzione, sceglierà il grigio che si nota nettamente meno. In tal modo si ottengono maggiori clic sui link pubblicitari dirottando i navigatori verso gli annunci e lontani dai risultati organici. Inoltre, Google da diverso tempo fa precedere la SERP (pagina dei risultati della ricerca) da alcuni annunci che si differenziano dai risultati normali esclusivamente per uno sfondo differente. Questi siti presenti ai primissimi posti sono lì perché hanno pagato Google e non perché migliori e maggiormente rispondenti alla query. Ne consegue che la qualità dei risultati viene messa in secondo piano. Un sito con contenuti di alta qualità e che attua il giusto percorso di web marketing, infatti, risulterà comunque meno visibile di un sito che attua come strategia quella di pagare il motore di ricerca.

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Google ha appoggiato l’attività di spamming di RapGenius?

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Nel suo ultimo video Matt Cutts, a capo del team Anti-spam di Google, fa ulteriori precisazioni sul comportamento che viene assunto a Mountain View nei confronti degli spammer. L’obiettivo è di demoralizzare coloro che agiscono in maniera scorretta così da scoraggiare atteggiamenti del genere. Grazie agli aggiornamenti di Google Panda e Penguin sono stati colpiti numerosi siti che usavano la SEO in modo sleale. Molti di questi siti hanno impiegato circa un anno per riprendersi definitivamente, altri ancora non sono più riusciti ad ottenere una buona visibilità. Le punizioni di Google sono quindi particolarmente sconfortanti, oltre che esemplari, e puntano a far abbandonare totalmente le pratiche scorrette. I cosiddetti “Black Hat”, coloro che attuano strategie negative, ricevono grandi introiti ma solo fino a quando non vengono scoperti. Conviene, dunque, comportarsi sempre da “White Hat” in modo da fornire un servizio utile al navigatore e non rischiare l’intervendo di Google. Recentemente è stato colpito da Matt Cutts Rap Genius, un sito adibito alla condivisione di testi musicali ed al loro commento che contava sull’intervento diretto degli utenti. Dopo una serie di comportamenti inadatti, Google ha deciso di rimuovere qualsiasi contenuto appartenente a quel sito dal motore di ricerca. Mentre fino a pochi giorni fa era sufficiente digitare le prime lettere del sito per trovarlo tra i primi risultati, adesso è retrocesso fino alla quinta pagina. I motivi dell’intervento di Google sono molteplici, a partire dalle pratiche poco legali per scalare rapidamente la SERP fino all’accusa fatta dalla National Music Publishers’ Association di violazione del copyright. Ma il punto di rottura fondamentale può essere ritrovato in una serie di commenti innaturali (13 link ad altrettanti brani presenti su Rap Genius del giovane cantante Justin Bieber), definiti tali in quanto privi di collegamento con il testo precedente.

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